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Gira gira in tondo, potesse cascare il mondo. Armonie e melodie che mi davano una gran voglia di crescere subito. Mi vennero in mente anche i Nomadi. Mi venne in mente Mina e poi Battisti. Mi venne in mente la Formula 3. Mi venne in mente Gino Paoli. Mi venne in mente il sapore del sale. Mi venne in mente Little Tony.

Riderà riderà, tu falla ridere, perché. Mi venne in mente riderà. Mi venne da ridere. I miei che mi spiavano dietro la porta, mentre giocavo serissimo con giacche azzurre e indiani in guerra dentro il fortino di legno colorato. Il Fort Allamo, con doppia elle. Indiani e giacche azzurre enormi che non entravano mai nei mezzi di locomozione e che dovevano arrangiarsi sul tetto.

Anche con una ferita al cuore. In quel territorio dove il pallone occupava un quarto della porta. Cowboy che giocavano a palla con gli apache, anche con una freccia nel cuore. Riflettori che non si accendevano. Riflettori dipinti sul campo e che non si accendevano mai, proprio mai.

Stavano ancora sullo zero a zero, quando i miei occhi si aprirono di nuovo. Non avevo più voglia di tornarmene al mare. Il pomeriggio era ormai inoltrato e far scorrere le ore fino al treno della sera non sarebbe stato difficile. Mi feci ricaricare la scheda e continuai a navigare sullo schermo, con un occhio sempre verso il vero mare. Navigai ancora per ore, senza una direzione precisa.

Scaricai un paio di file sonori e qualche file video per distrarmi. A tarda sera, entrai in una chat room affollata. Sempre la solita, sempre la stessa.

A volte ci andava anche Luna. Conobbi una tipa simpatica. Poco dopo, uscimmo fuori dalla chat room per continuare da soli in video la nostra conversazione. Le inviai il codice di accesso. La feci entrare nel mio giardino segreto. Dalla webcam non si vedeva quasi nulla. Una sagoma sfumata di corpo seminudo con maschera argentata veneziana sul viso. Un corpo di donna niente male, a occhio e croce.

In vestaglia rosa, con cinturone pesante o forse una catena di metallo stretta in vita. La stanza sembrava arredata con gusto. Continuammo su tastiera, senza connessione vocale. Mi disse che nonostante certi suoi gusti proibiti, lei fosse in realtà una donna di buona famiglia, sensibile, educata, brava mamma e rispettosa del prossimo. Che quindi cercava sempre di superare la crisi senza creare allarmismi nelle persone intorno.

Mi chiese se capivo. Mi chiese se avessi voglia di conoscerla RT. Real Time, dal vero. Risposi che per il momento preferivo restare da solo. Qualche emoticon, qualche smiley. Qualche sospensione, qualche ammiccamento, e via. Le confidenze scorrevano subito lisce. Già, e poi con queste Oggi scrivono tutti mail. Di che segno sei? Sto leggendo la tua scheda personale. Hai una pic, una foto? Io ti vedo benino Ho una foto nella mia webpage.

Ma sei mascherata anche qui: Non posso espormi troppo Grazie, sei molto gentile! Come se i due fantasmi sentissero ora il bisogno di confessarsi la propria ingenuità e il proprio candore infantile. Mi piace calarmi nel ruolo della donna passiva. Hai mai letto le petit prince, il piccolo principe? Ma non hai qualcuno?

Sono sposata, ma non significa niente. Mio marito non condivide il. Facciamo una vanilla life. Una tranquilla vita borghese di coppia Hai presente American Beauty? La volpe che vuole essere addomesticata. Si tu veux un ami. E allora si avvicina piano piano, giorno. Un magnifico principino dal. Il faut être très patient.

Tu ne diras rien car le langage. Non posso più giocare a fare la sottomessa. Ho bisogno di esserlo. Ho bisogno di darmi anima e corpo a qualcuno che sia il mio padrone Lacan diceva che il.

Io lavoro in una casa editrice. A me piace scrivere. Bah, oggi scrivono tutti. Gustavino per prendermi in giro.

Io allora lo chiamavo Filippino etc etc. Allora io ricomincerei da capo. Anche lei mi scrisse tutto un diario. Il suo diario intimo. Mi scrisse mille parole ancora. Matrimonio senza figli, ma avevano un paio di gatti. Mi disse che le piaceva abbastanza il suo lavoro. Era direttrice di una collana editoriale di nuovi talenti.

E poi degli sporadici rapporti sessuali con sconosciuti incontrati sul net. Alla ricerca di qualcosa. Mi disse delle delusioni provate, nella lunga disperata ricerca di un Dom, un Master, un Maître, un Uomo Vero. Un Vero Uomo, insomma. Scriveva tutto in maiuscolo.

Voleva ricrearsi un mondo con un Uomo in maiuscolo. Mi disse che io le sembravo diverso dagli altri. Un uomo dalla sensibilità sopraffina, quasi femminile. Non proprio quello che cercava. Le risposi di no, che non era quello il momento, che comunque ero molto diverso da un piccolo principe o da un principe azzurro.

E anche da un principe nero. Ero diverso da tutto. In un giorno qualsiasi. Era ora di sconnettersi e di riprendere la strada verso la stazione, la strada verso casa. Stava per concludersi una splendida giornata al mare. Cliccai sopra la busta e cominciai a leggere.

Le varie proposte erano messe bene in evidenza. Quelle offerte di studios accanto al Grand Hôtel mi convinsero quasi subito. Piscina, sauna, palestra e cure termali non comprese nel prezzo. Guardai le foto allegate, mi sembrarono dei nidi deliziosi. Tutti gli studios erano esposti a sud, e il mare stava a nord. Tuttavia, i locali erano collegati 24 ore non stop col mare tramite telecamere a circuito chiuso, da occhi elettronici che permettevano di aggiornarsi in tempo reale su onde e maree fra le più impressionanti al mondo.

Piscina con autentica acqua marina. Sulla vetrata, si ripeteva più volte il logo Thermes de Saint Malo, ma la cosa non mi dette fastidio. Si trattava di piccole colorate, perfino simpatiche macchie artificiali in un oceano di verità e benessere. Avevo bisogno di mare. Che mi mandassero subito la brochure che me la mandassero al più presto che io poi mi sarei occupato di tutto il resto.

Mi sentivo già bene. Mi avrebbe fatto bene. Avrebbe solo potuto farmi bene. Io avevo invece gli occhi arrossati dallo schermo. Mentre il treno sfilava fra i bagliori del crepuscolo. Pensai alla mamma e poi al papà. Li pensai rigorosamente in ordine alfabetico.

Alla mamma e al papà, pensai. Zaffate pestifere invasero tutti gli scompartimenti. Nessuno potrà mai spiegarmi perché proprio in quel momento una bruciante lacrima di nostalgia mi cadde giù dalla guancia sinistra, in prossimità di quella raffineria. Mentre me ne tornavo da una giornata al mare e pensavo ai miei genitori. Era come se tutta la città si fosse affaticata nel corso di una lunghissima giornata.

Perfino i ponti, le chiese, i monumenti canonici, sembravano aver perso la loro solennità. Pilota automatico inserito, per impedirmi ogni riflessione, ogni barlume di pensiero profondo o sensibile. Il portone, le scale, la porta di casa arrivarono presto. Dovevo avere una certa fame. Feci pochi passi stanchi verso il frigorifero. Un classico frigo da celibe.

Tagliai la punta col coltello. Porca puttana, le avevo lavate bene le. Qua si ammuffisce tutto, perdio. Da cosa nasce cosa, chiodo scaccia chiodo,. Pensai a quanta vita ci fosse in quel pezzo di parmigiano verdastro. Quel verde, sbiancheggiato a tratti, come un oceano spumeggiante. Mi fece subito passare la fame. Una luce al neon lampeggiante e un pezzo di parmigiano ammuffito mi stavano rimettendo al mondo.

Mi stavano ricaricando per rimettermi al mondo. La luce da fuori sembrava cambiare colore a ogni impulso. Giungeva col clamore di un locale notturno sotto casa, dove i perditempo passavano le loro ore in vuota e simulata allegria. In vuota e simulata ricchezza di vita. Un album dei calciatori della Cosimo Panini Editore di Modena. Le figurine si erano staccate quasi tutte. Quelle colla cellina biadesiva avevano resistito ancora meno di quelle incollate colla coccoina tradizionale.

Alla faccia delle innovazioni. Notai con sorpresa che non tutte le figurine corrispondevano alla stessa annata. Meno care, ma con colori più veritieri. Alcune figurine avevano sul retro la scritta bisvalida, trisvalida o pentavalida. Sembravano giocatori in pensione oppure panciuti allenatori, e invece erano nel pieno della loro carriera agonistica.

Doveva essere la pelata a ingannare. Frustalupi aveva un cognome insuperabile immarcescibile imbattibile. Indossava la maglietta blucerchiata, vero tocco di stile anticonformista.

Non usciva mai, era un mito. Se doveva cambiare squadra sarebbe stato solo per indossare la casacca a rondine del Brescia. Frustalupi lo pensai comme il Signore dei gol.

Era il situazionista del calcio, debordava sempre. Arbitro guardalinee allenatore massaggiatore raccattapalle custode del campo, e anche la porta.

Frustalupi giocatore di ruoli. Frustalupi, sempre in trattorino arancione avrebbe poi seminato polvere di calce per tracciare con estremo rigore geometrico tutte le linee del campo. Frustalupi già campione di pallascout nei frustalupetti. Frustalupi che evade palla al piede da Alcatraz. Frustalupi che col sole spaccapietre avrebbe potuto benissimo strappare le reti per andare a pesca di anime. Frustalupi in calze a rete che fa tunnel dribbla spara e insacca in rete.

Frustalupi che era tutto il pubblico. Frustalupi titolare di un abbonamento annuale curva est o maratona con attrezzatura totale di cuscinetto pieghevole similpelle fuori, tela cotonata dentro fischietto bandierina cagnolino in peluche, tutto blucerchiato. Frustalupi che infila con precisione la simca verde pisello metallizzato, a domeniche alterne, nel parcheggio curva est o maratona, ma sempre alle Frustalupi si controlla il biglietto e poi sale sugli spalti e sbuccia lupini per novanta minuti.

Palla in parabola e carambola di Frustalupi. Frustalupi aveva un nome da schiaffo, una divisa cubofuturista e una pelata che lo collocava sicuro nel Partenone del calcio. Frustalupi poteva clonarsi giocando con altrettanti ventuno frustalupi schierati in campo. Frustalupi era un mutante in mutande, un androgino né uomo né donna, e tutti e due insieme. Al primo e al secondo tempo, insieme. Frustalupi che poteva ingaggiare una titanica battaglia contro se stesso, in nome del calcio.

Giocare un derby tutto contro di sé. Frustalupi che si scarta da solo. Frustalupi portiere, terzino, stopper, mediano di spinta, centravanti. Frustalupi che segna di testa, di culo, di tacco, di punta, sforbiciando su pallonetto. Palla dentro, due palle dentro. Frustalupi che insacca in porta difesa da Frustalupi su assist di Frustalupi e colpo di testa finale.

Frustalupi non si sarebbe mai accontentato del pareggio, no. Frustalupi non faceva mai la melina, lui. Frustalupi non si risparmiava, no. Sarebbe andato ai supplementari e poi ai rigori, se ci voleva.

Frustalupi era un inno alla vita e alla felicità. Chissà se aveva mai provato la gioia dello scudetto. Ma perché quelli più cari agli dei, si sa. Era questo il blucerchiato Frustalupi, il navigato capitan polpaccio di ferro, vecchio lupo di mare. Frustalupi era un santo. Attraverso il vetro, la luce al neon continuava imperterrita la parabola intermittente, offuscando la memoria dei lampioni giallastri.

Sulla finestra si formavano tante lucine colorate concentriche. Nella Firenze rinascimentale, Frustalupi sarebbe stato priore delle arti. Aveva la barba lunga di un giorno e le guance scavate, nella sua figurina pentavalida. Poi, un bagliore enorme, intenso. Anzi, tre lampi in successione. Uno di quei momenti che ti ripassa tutta la vita davanti. Era vero, la mia vita mi stava ripassando davanti, alla velocità della luce.

Pensai che la morte arrivasse a una velocità fulminea, alla velocità della luce. Ma che gli ultimi istanti prima fossero accelerati a una velocità infinita. Attimi come secoli senza fine. Pensai qualcosa del genere. Nello spazio di tre lampi ebbi il tempo di pensare a qualcosa del genere. Mi stavano pure aspettando tutte le promesse e i desideri mai raccolti. Ebbi abbastanza tempo per pensare a tutte queste cose. La piazza esplodeva nella notte, ma il fulgore della luce infinita la illuminava a giorno, come un gigantesco subbuteo.

Quattro soli, quattro giochi di fari ai quattro angoli della piazza. Pensai tutte queste cose. Poi mi misi ad aspettare tre tuoni, quei maledetti suoni imperiosi e fracassantissimi, quelle trombe del giudizio che avrebbero messo per sempre fine alla mia banale e balorda esistenza.

Ma i tuoni non ci furono. Per un attimo credetti che quella era la fine del mondo. La fine del mondo. Sembrava di essere dentro il sole.

Dentro un sole nel pieno delle reazioni nucleari. Ma non ci furono. Ero tutto piegato sulla poltrona blu del salottino. Il mondo, per questa volta, non era finito. Non ero stato folgorato. Mi guardai dappertutto alla ricerca di bruciacchiature. Anche la casa era a posto. I tuoni non erano arrivati e i lampi li avevo sognati. Erano circa le tre di mattina. Mi alzai, camminando con passo morbido verso la finestra. Spostai la tendina bianca. Stava piovendo giù in piazza. Che qualcuno o qualcosa pianga per me.

Era una pioggerellina fine, lieve. Sarebbero state lacrime cocenti, brucianti, fino a scavare le guance. Non erano lacrime da fine del mondo, queste. Computer portatile sulla scrivania. Il più lontano possibile. Usavo il computer solo per lavoro e preferivo andare nei cyberclub per chattare. Tante schiene gobbe, tutte allineate al contrario, dalla parte opposta di ogni possibile relazione.

Gocciolava con rumore crescente, quasi di scroscio. Mi parve anche di sentire dei tuoni in lontananza. Mi chiese del suo ultimo messaggio.

Il messaggio della rivelazione. Era come se parlasse di lavoro. Come se non mi avesse scritto quasi nulla. Parlava con tono abituale, asciutto, ordinario, senza minima intensità nella sua voce. Ero appena arrivata a Firenze e scesa dal treno Erano passate da poco le sette.

Verso le sette e dieci, forse. Ma comunque lascia perdere Gustavo, lasciamo perdere. In fondo, non tutti i mali vengono per nuocere, come si dice, no?

Mi hai scippato il cuore Frasette stupide e sdoppiate. Sembrava come se ci fossero due persone, due Lune. Non mi sono accorto di nulla Che te ne pare? Hai avuto la forza e il coraggio di rivelarti fino in fondo.

Ma ero proprio io? Era Gustavo che stava parlando? Non sapevo quali parole modulare in quella strettissima circostanza. Fece una pausa, poi: Luna non si era vergognata ad ammetterlo. Erano appena le sei. Non dormivo, ma in genere dormivo. Ma cosa le stava capitando, alla mia cara amica Luna?

Le buttai giù in faccia la cornetta. Decisamente troppo, questo jingle fra il proverbio e lo stornellino pubblicitario. Chi si credeva di essere Luna per telefonarmi alle sei di mattina e annunciarmi questa stratosferica sciocchezza?

La stratega della seduzione perfetta? Parole, parole, e ancora parole. Che vada in malora. E certo che sento Che io ti ci lascerei pure, costà su codesta. Mi giravano le scatole. Forse magari ero triste per la morte dei miei.

Un attacco di odio verso il mondo. Mi fa incazzare tutto questo. Vorrei vivere in un mondo senza televisione, senza media. In un mondo senza internet né pubblicità né nulla. Fuggire da tutto e da tutti. Hai visto New York? Da allora siamo cambiati tutti. Ma forse eravamo pure tutti scemi prima, chi lo sa. Fuggire da questo mondo demenziale. Verso un mondo dove si sente solo la risacca del mare. Quella palla al centro, poi. Senza darmi il tempo di ribattere o replicare con una qualsiasi banalità.

Avevo solo voglia di banalità, di non pensare a nulla. Desideravo solo lasciarmi andare, e non pensare più a nulla. Perfino per essere egocentrico.

Guardai il mio laptop sulla scrivania e notai che era quasi sepolto da un discreto strato di polvere. Pensai che prima o poi avrei dovuto fare qualcosa. Per esempio, passarci un panno morbido sopra e riportarlo alla luce.

Adesso non avevo nemmeno voglia di pensare. La giornata prometteva bene. Il cielo si era rischiarato. Come il mio cuore. Sarebbe stato meglio fare tutto al contrario. Meglio morire nel corso di una brillante estate, con il sole che ti spacca il cranio in due, piuttosto che adagiato in un rigido e freddo lettino di un ospedale qualunque. Il mio cuore voleva essere presente. I raggi del sole invadenti riscaldavano la mia carcassa sgangherata, facendo evaporare prepotemente i miei spiriti esausti.

Mi sentivo amato, in qualche modo. Luna mi aveva appena rivelato la natura profonda del suo amore. Eppure, non sentivo nulla dentro di me. Il problema non era il male dentro di me.

Il problema era che mi sentivo completamente idiota, scemo, demente, svuotato di ogni barlume emotivo. Volatile come Travis Bickle in Taxi Driver. Il film con De Niro. Il film con Nastassja Kinski. Perché uno come lui se ne doveva andare in giro per i deserti americani inseguendo amori smarriti? Pensai ai Taxi, al Texas. Pensai a tutta una serie di x incrociate, come in una gigantesca schedina del totocalcio dei misteri.

Risolvere tutte le incognite x. Ecco cosa si doveva fare. Pensai a tutti i Travis del mondo. Pensai che tutti i Travis e i tassisti e gli sbandati del mondo avrebbero dovuto unirsi. Ecco, in quel momento uno si sente molto Travis. Non che un Travis sia per forza buono o cattivo. Le sue ossessioni sono sempre pronte a trasformarlo in un santo, in un eroe.

O in un feroce criminale. Mi sentivo anche molto Texas. Il, mio, cuore, batteva, fortissimo, costretto, nella, sua, gabbia. Quasi mi faceva male.

Uscii di casa soltanto dopo che la mia carcassa si era riscaldata tutta. Accompagnato da questi ronzanti pensieri, mi avviai quasi allegro a una passeggiata in giro per la città. Ronzavano i miei ridondanti pensieri, accompagnati dal sibilo delle orecchie. Il lavoro, il senso di responsabilità, avrebbero potuto aspettare. Giù in basso, trovai una busta nella cassetta delle lettere. Ce li vedevo con i loro computer accesi 24 ore su 24, pronti a esalare il loro fetido alito sul collo di chiunque si avvicinasse alla fatidica boa dei Inizio della lunga quarantena verso la morte.

Dai 40 in poi non ti mollano più. Aprii la busta con cautela. Caro Signore, lo sa Lei tutto questo? Crede di essere al riparo solo perché non fuma? Cosa ne sa, Lei? Che ne sa Lei? Cazzo ne sa Lei, eh? Lei, crede di sapere, si illude di sapere, come tutti, e poi un bel giorno si fa per dire bum, il cuore che scoppia. Ma lo sa, Lei, che se non chiama qualcuno entro 10 minuti i danni cerebrali potrebbero essere irreversibili, sempre ammesso che riesca a salvare la buccia?

Lei crede di essere tranquillo solo perché non fuma. Altri casi di vita vissuta. Il papà faceva sport, non aveva mai fumato, era uno che scoppiava di salute, mai nemmeno un raffreddore, ma aveva il torto di fidarsi troppo del suo organismo. Non si era mai fatto un check up, un controllo. Poi, un bel giorno. Ci ha lasciati soli con la mamma, a me e al mio fratellino. Che bel tipo, un egoista di prima classe. Lei non assomiglierà mica al nostro papà?

Per fortuna non ero nemmeno sposato, pensai. Alla fine della lettera, i bastardi avevano allegato un bollettino da riempire. Con crocette sul contributo scelto. Farmaci rigorosamente testati sulla pelle di animali, certo. Vi detesto tutti, teste di cazzo. Stracciai la busta a pezzettini, insieme alla lettera. Feci una palla e buttai tutto nel primo cestino in piazza. Tutte malattie a lunga incubazione, certo. Che andassero tutti a farsi incubare. Che andassero tutti affanculo.

Erano circa le nove di mattina, il sole non era molto alto. Bruna era una bella signora bionda sui 50 che tempo prima voleva entrare in terapia con me. Guido era riuscito, a furia di sacrifici e risparmi, a comprarsi il negozio in cui era stato commesso da giovane. Una volta mi aveva chiesto un parere per una figlia che andava male al liceo e che forse si drogava e che insomma aveva tutto un sacco di problemi.

Si era rivolto a me per dei consigli. Anche allora mi parve più opportuno mandarlo da una collega. Lo mandai da Luna. Non mi piaceva molto impicciarmi delle storie dei miei vicini. Ero sul Ponte Vecchio, quel ponte che attraversavo spesso ma che ogni volta. Ogni volta, un tuffo al cuore. Non che fossi un tipo romantico. Romantico no, non lo ero mai stato davvero. E qualche scossetta di adrenalina alla città intera doveva pur procurarla. Almeno qualche sussulto quando sorgeva dalla parte opposta, sulle colline.

Quel sole era bello, perdio! E poi, diciamolo, non ero nemmeno sicuro di aver sentito davvero pronunciare il mio nome. I trilli dei cellulari volavano già alti nella calotta sferica urbana. E il Ponte Vecchio lo avevo attraversato tutto. Gente che cammina lentamente, trascinandosi e occludendo il passo a chi deve camminare per lavoro. I propri amici, famigliari, consimili, cani gatti farfalle, passanti qualsiasi, per lasciarsi alle spalle solo qualche alone di bellezza artistica vera.

Fruscii sibilanti di telecamere viperine. Umanità tutta intenta solo a rappresentare e riprodurre se stessa. Scindersi e riprodursi come delle schifose amebe. Chissà quante volte siamo capitati per caso in tali tracce di pseudovita registrata. Chissà in quante foto e filmati in giro per il mondo siamo dentro. Eppoi dietro, sullo sfondo, quello strano individuo dallo sguardo sfuocato e dal passo incerto di granchio ambulante. Quello strano fantasma di città, un inquietante zombie a zonzo.

Chissà quante volte siamo entrati a nostra insaputa in un quadretto del genere. Chissà quante volte abbiamo lasciato una traccia di noi. In giro per il mondo.

In Piazza Signoria, vidi diversi turisti e passanti concentrati sugli Hare Krishna con il loro ritornello ossessivo. Gli uomini vestiti di arancione pallido o di bianco, tutti rasati con codino, e le donne che sembravano invece delle scope vestite di seta indiana colorata. Sulle loro spalle pendevano lunghi capelli lucenti di un pulito naturale.

La magrezza doveva di certo avere un valore positivo per gli Hare Krishna. Era un ritornello facile. Doveva essere questa la ragione del successo. Le donne offrivano dolcetti ai passanti. Aveva un sapore antico. Mi avvicinai a piazza repubblica. Fui incuriosito da un banchino in cui si raccoglievano firme. A occhio e croce, uno strano referendum. O meglio, una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare. Mi sorrise con grazia. Il volantino era sostenuto e sottoscritto da tre fantomatiche associazioni.

La nostra non è per niente affatto una provocazione, ma è una proposta seriamente seria. Ove le obbiezioni sarebbero: Perdunque, consentiteci di rispondere a voi a tutte le vostre obbiezioni: Ai tempi della Roma imperiale, il latino fu stata la lingua veicolare e gli scambi politici e commerciali ne erano profondamente e irreversibilmente avvantaggiati.

Tanto alle lire ci abbiamo comunque già rinunciato. Noi siamo, per certi suddetti aspetti, più realisti del re. Sta il fatto che qualsivoglia la nostra radiotelevisione ha ripreso e persino oltrepassato il modello americano: Si obbietterà che la proposta non facesse senso perché in Italia esiste una forte tradizione antiamericana cattolicomunista e terzomondialista.

Oggigiorno, le distanze sono esse abolite dalla comunicazione in tempo reale. Civitanova non era un puzzolente buco del culo del mondo. La vita sarebbe stata intensa e non sarebbe passata al di sopra della mia testa. Ci sarebbe stata vita nuova a Civitanova Marche. Non ci sarebbe stata vita agra a Civitanova, ma una vita dolce. Sarebbe stata una bella vita a Civitanova Marche. Lessi a bocca aperta le ultime righe del volantino.

La nostra è una proposta seriamente seria contro la partitocrazia italiana che sta soffocando il nostro territorio. Una proposta contro i ladri di regime, che abbia bisogno del vostro appoggio e sostegno. A coloro che potrebbero chiedersi: Al contrario invece, negli Stati Uniti siamo tanto ben visti, laonde per cui non fosse altro che per la nostra talmente grande tradizione culturale e per il fatto che di più di 20 milioni di ameritaliani abbino saputo perfettamente integrarvisi a il loro way of life.

Per coloro che qualora ancora obbiettino: Noi, che ci vantiamo cotanto della nostra creatività, si poteva certamente fare di meglio. Per non parlare infine della ridicola marcetta suonata come inno nazionale.

Perché non fare ordunque un sondaggio su questa ipotetica possibilità di annessione? La politica ha bisogno di grandi idee. Diciamolo dunque con un voto popolare! In alto a destra era raffigurata una bandiera a stelle e strisce.

Mi sorprese la lunga fila di gente. Gente che aspettava paziente il proprio turno per firmare. Molti si erano fatti convincere. Moltissima gente si preparava a firmare per diventare americana il più in fretta possibile. We are All Americans. Il foglietto mi cadde dalle mani. Vedevo la bandiera stars and stripes sventolare nel cielo violetto di Firenze. Ma forse avevano ragione loro. Quelli che si sentivano americani in Italia. Se hanno annesso perfino Portorico! Non si sanno nemmeno le parole.

Secondo me, anche di molto ma di molto volentieri. Noi conserviamo la stragrande maggioranza del patrimonio artistico mondiale. Non era un banale capogiro, ma un vero e proprio vortice che mi dava un senso di nausea profonda e di instabilità. La testa mi girava con violenza. Dovunque guardassi, dovunque appoggiassi il mio sguardo alla ricerca di un qualsiasi sostegno, vedevo solo nebbia, confusione, e sorrisi calibrati. Un carosello di facce dappertutto che mi guardavano con simulata intensità.

A dire il vero, non si trattava proprio di facce, quanto piuttosto di una turbinosa sequela di numeri e codici codici codici. Una vertiginosa sfilza sequenza di numeri mi stava osservando. Stavo male, stavo male. Avrei potuto perfino giocarmeli tutti al lotto o al totocalcio, se solo fossi stato meglio.

Ero osservato da 1, da 2, da X e da tutti i numeri del mondo. Mi sembrava di morire. Morire, insomma, facendo una colossale figura di merda. Circondati da mesti sconosciuti che ti guardano incuriositi, con aria di falsa commiserazione.

Per tornare in fretta alle più importanti occupazioni quotidiane. Sarebbero tornati alle occupazioni di lavoro e ai loro sentimenti e affetti, magari deviati. Al massimo un flash in serata quando, rientrando a casa, avrebbero detto al coniuge: Qualcuno diceva droga, ma non mi sembrava un drogato. Dove sono i bambini? I nostri cari bambini.

Da quel momento in poi non ci avrebbero ricordato mai più. Tranne forse in sporadiche occasioni. Qualche tempo dopo, sarebbero stati perfino più inflessibili: Se muoiono prima, tanto peggio per loro e tanto meglio per noi. Voilà, cosa avrebbero ricamato più o meno sulla nostra morte.

Ecco tutto il senso del nostro morire. I pantaloni e la camicia? Slacciare i pantaloni e magari stracciare la camicia, davanti a un branco di idioti incuriositi? Immaginatevi poi le mutande scolorate, sdrucite e strappate, con la figura di Yoghi al centro. Un uomo che sta per morire ha le mutande con con un orsetto disegnato nel mezzo.

Eppoi ci si provassero a togliervi pure le scarpe coi piedi che puzzano e i calzini magari bucati proprio in corrispondenza degli alluci, proprio quei calzini rosa che dovrebbero fare pendant col farfallino di Yoghi nei boxer.

Provate a immaginare per un attimo. Dite la verità, ve la sentireste di abbandonare il nostro vecchio pianeta con questa immagine nella retina? Va bene ok, magari ai piedi che puzzano non ci penserebbe più nessuno. E non ve lo perdonerebbero mai. Ne nascerebbero perfino estenuanti discussioni accademiche se si trattasse di Yoghi, Bubu o Teddy Bear. Ecco, ci sarebbe sempre qualcuno pronto a testimoniare per anni e anni che si trattava proprio di Teddy Bear e non di Yoghi, mentre voi intanto siete già sepolti sotto sei piedi di terra.

E il cuore che vi fa male da morire, e che vi prende tutto il braccio destro ma non doveva essere il sinistro? Tutti dovrebbero morire sempre nel pieno della battaglia.

Oppure morire come il miliziano di Capa. Far finta di morire nel pieno della battaglia e poi rialzarsi, e poi continuare a combattere come fanno i cartoni animati. Perché i cartoni animati non muoiono mai. Per esempio, un figlio. Per esempio, una discesa in monosci giù per le piste innevate del Cervino. Per esempio, una partita di bridge con la vicina accanto. O magari fare un disegnaccio sconcio in ascensore. Che ce la siamo voluta, che ce la siamo cercata. Che si poteva evitare. Non erano più veri di Buffalo Bill.

La testa continuava a turbinarmi vorticosamente. I miei occhi roteavano suppergiù come i miei pensieri. Dal centro alla periferia e dalla periferia al centro. E mi sembrava davvero che stessi per morire. Non che mi facesse male il cuore, ma ero lo stesso convinto di morire. Ecco la mia vita, un autoscontro.

Avevo sempre fatto giri larghi per non prendere troppi colpi, ma la corsa era comunque finita in fretta. Giro giro tondo, casca il Mondo, pensai. Girogirotondo casca la Terra, cantai. Stavolta, una suprema colossale figura di merda non me la toglieva nessuno. Una sacrosanta figura di merda. Perché per terra ci andavo solo io. Da dove spuntasse fuori non saprei, ma fu questo che mi venne in testa. La luce lieve nella stanza era una promessa di sereno.

Cominciai a guardarmi attorno. Sentivo che il cuore mi si alleggeriva, mi si sgonfiava. Forse erano passati giorni. Città attuale e città natale. Guernsey, GY5 Redland Downs. Chemin de Château-Neuf 3. Fraglan - The Breizh'touch In: Vi è la catarsi in ogni una delle sue stampe, il rilascio di tensioni. Accademia delle Scienze, , in-8, br. Sede della Curia Prov.: Alhambra California , dioc. Teresa di Gesù 9 E r e a Château d'Argenteuil e.

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